Cosa era
Il contesto storico è quello del II dopoguerra, il luogo Monticello Amiata. I prodromi di questo genere poetico si ritrovano qualche anno prima quando, per allontanare gli stenti e le storture della guerra, il paese si combatteva a suon di rima: la parte nuova contro il centro storico. Alcuni poeti autoctoni componevano sfide in rima e si affrontavano nelle piazze. Già allora Ramiro Temperini scriveva e recitava per il paese vecchio deridendo e beffeggiando il Serraglio. Finita la guerra nacque un altro modo di fare poesia di strada: l’ultimo giorno di Carnevale una processione di teatranti percorreva le vie del paese e sostava nelle piazze per cantare e recitare il quotidiano di quel luogo e della sua gente. Qualche mese prima di quella data Ramiro Temperini componeva i testi che nella processione sarebbero stati cantati e recitati. Gli scritti riguardavano avvenimenti sconvenienti o curiosi accaduti nell’ultimo anno; per la maggior parte si trattava di tradimenti e truffe. Ramiro preparava il copione e una volta pronto lo distribuiva ai teatranti (uomini, donne e bambini della piccola comunità amiatina); lasciava sempre a se stesso il ruolo di protagonista. Nessuno, a parte lui, conosceva la vera identità dei personaggi di cui si cantava. Gli attori stessi leggevano e interpretavano parole anche per loro in gran parte oscure. Le mascherate, infatti, portavano questo nome per almeno due ragioni: l’identità degli interessati era magistralmente celata; inoltre si mettevano in scena nel periodo delle maschere.
La compagnia era fatta da dieci, quindici persone: ognuno studiava la parte che il poeta assegnava, non tutti cantavano o parlavano, c’era anche chi partecipava mimando o indossando dei travestimenti. La gente accorreva in massa all’avvenimento, era un giorno di festa per tutto il paese, addirittura la scuola rimaneva chiusa. Lo spettacolo veniva riproposto più di una volta lungo le vie e nelle piazze dove gli abitanti ascoltavano il testo per capirlo, ed interpretarlo: la partecipazione era attiva. Comprendere il linguaggio metrico appariva più semplice allora che oggi. Inoltre la pratica della mascherata era collettiva e sociale, le supposizioni sul significato emergevano e lievitavano dal confronto; insomma niente di più lontano dall’aurea intimista e neoromantica di molta poesia contemporanea. E così, spesso, invece di capire una verità se ne trovavano tante altre. Ognuno difendeva la propria e cominciava un’altra sfida, non di rime ma di logica. Ci fu anche chi, convinto di essere il diretto interessato, minacciò Ramiro con tanto di coltello. Tutto finì qualche anno dopo, quando, probabilmente a seguito di una lamentela, la Questura pretese di visionar il testo prima dell’uscita pubblica e di conoscere la vera identità dei beffati. Ramiro non accettò di snaturare né il componimento, né il rituale sociale e preferì non scriverne più.
Alcuni esempi
Lo scritto beffardo della mascherata è mediamente lungo, (tra i 60 e i 150 versi); la metrica segue griglie tradizionali, spesso in ottava rima. Il racconto , seppur in versi, si dipana quasi sempre rispettando l’ordine cronologico degli avvenimenti, raramente si svolge in intrecci. I fatti successi sono raccontati attraverso metafore, i personaggi stessi subiscono trasformazioni e diventano non più uomini, ma animali. Ramiro adotta un bestiario spesso fatto di tortore, gatti, passeri, grossi uccelli, gli animali del suo quotidiano, ma non solo, la sua scelta ricade sull’animale che per indole o aspetto o per vicenda ricorda quelle forme antropomorfe celate nei versi. Risulta quasi immediata la comprensione del tema raccontato, mentre molto più difficile è scavare e capire i particolari, il contesto, gli individui coinvolti. L’ambito di riferimento tematico è quello delle dinamiche coniugali: gelosie, tradimenti, accordi, truffe. Eccone alcuni esempi:
ne Le tortorelle si racconta di un marito possessivo e ossessionato e di una moglie che gli si ribella. Pur fornendo dati abbastanza precisi, allora come ora, nessuno ha saputo far corrispondere agli uccelli le persone reali, nessuno tranne i diretti interessati, ovviamente.
Altro argomento era la truffa. Nella mascherata della quale vengono riportati sotto alcuni versi [Mascherata 1964] marito e moglie si mettono d’accordo per truffare un forestiero.
[…]
Allor prende coraggio l’animale
sentendo che il marito sta lontano
a volte scende a volte sale
perché il nostro paese non è piano.
[…]
Ma il marito della gatta birbaccione
con la sua moglie aveva fatto un patto
che s’era chiuso dentro il cassone
per prendere il forestiero gatto.
[…]
Lo scritto più toccante è Poesia in sette versi tipo Carnevale vi si racconta di un amore tardo, ma dolce e commovente: un uomo e una donna che in giovinezza, pur piacendosi, sono stati costretti, per convenzioni sociali, a scelte diverse, da vecchi si ritrovano ad amarsi nell’impeto di un’adolescenza ritrovata.
[..]
Fra l’erba alta dei bei prati ‘n fiore
i coniugi diversi in pace stanno
ricordando ben il vecchio amore,
i baci senza denti se li danno.
Ed io passando gli feci rumore
la faccia si copriron con un panno;
ma vidi già lor volto con rossore.
[…]
Al termine delle mascherate Ramiro sintetizza una morale o consiglia strategie interpretative, queste ultime, a tutela dei protagonisti, spesso fuorvianti:
Qui non c’è poesia veritiera,
si canterà come l’Ariosto canta
di tutte queste grandi meraviglie
al falso più che al ver si rassomiglia
[I versi, tratti dai manoscritti inediti di Ramiro, fanno parte di un componimento intitolato Una mascherata 1962].
Spunti di riflessione sulla sua funzione sociale
Il primo passo per capire quale fosse lo scopo della mascherata è chiedere ai bambini di allora, adulti oggi, quale effetto producesse nella popolazione. Il coro è unanime: ilarità, divertimento, partecipazione, curiosità e riflessione. Probabilmente non è casuale il periodo in cui tutto questo si è svolto. Il secondo dopoguerra in un piccolo paesino di montagna doveva essere particolarmente duro e triste, ma bisognava pur ricominciare. Ridere con consapevolezza non era solo un modo per divertirsi. Attraverso quel processo una comunità accettava e rielaborava una trasgressione, esorcizzava il male, ne era coinvolta. Questo teatro di strada aveva in qualche modo la funzione di denuncia sociale, o comunque di controllo. Vi si raccontava un conflitto spesso del tutto interno al paese che smetteva di essere semplice diverbio o crisi coniugale e veniva sottoposto al giudizio della comunità. La mascherata diventava anche una proclamazione pubblica del privato. La comunità giudicava con il suo sistema di valori, ma quel sistema entrava allo stesso tempo in crisi quando ne si esplicitava la trasgressione.
Si celebrava il rito in un periodo dell’anno nel quale il rovesciamento della realtà è consentito dal potere e dalle convenzioni. Anche nell’Antica Grecia il servo,durante il Carnevale, parlava male del padrone senza incorrere in punizioni. Si accetta lo scherzo, sotto al quale germoglia il vero.
MARTA TEMPERINI